home    area riservata     cerca    


 

RICORDANDO ALDO MASULLO

Soldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie
(Bosco di Courton luglio 1918)
G. Ungaretti

 

 

Caro Aldo Masullo,

nel ricordarti in occasione del trigesimo della tua dipartita, non è possibile non sentire ancora vivido il tono, la musicalità delle tue parole con cui eri solito accompagnare i “racconti sulle cose umane”. Una prosa che assumeva sempre e comunque l’eleganza della poesia, lasciando gli ascoltatori inebriati dal fluttuare atmosferico di quelle onde sonore che attraversando il canale auricolare riuscivano a penetrare la carne che risuonando sentiva non solo il significato ma il senso di quelle parole. Quei discorsi detti a braccio, come il più esperto navigatore che ha interiorizzato dentro di sé la bussola tenendo la rotta, senza mai perdersi, fino al punto di raggiungere la meta e portare l’equipaggio verso nuovi porti di conoscenza. Quegli occhi sempre vigili, che intenzionano il mondo dell’umano, la platea degli uditori e l’ondeggiare dei colleghi relatori, non potevano che alimentare i contenuti dei discorsi, divenendo sempre contestualizzati e vivi di senso. Il titolo di “Chiarissimo” dovrebbe esserti attribuito non solo in merito all’indubitabile autorevolezza, ma divenire parte integrante del tuo cognome. Per chi ti ha ascoltato dal vivo, leggere le tue opere è come ascoltarti dal vivo; in pochi riescono a rendere i medium così trasparenti, tanto da far riuscire a passare il messaggio in maniera inequivocabile, tanto da poter rendere sempre vitali le condizioni di possibilità di un possibile incontro anche in assenza.

Tu rappresenti per la comunità campana una pietra miliare contribuendo a costituirla ma allo stesso tempo lasciandoti costituire. Tra le tue opere ricordiamo “Napoli siccome immobile” frutto di un’intervista di Claudio Scamardella nel 2008, un grido di dolore e di indignazione contro il fallimento di Napoli dovuta alla frammentazione dei napoletani, piccole comunità basate sul familismo, quasi a riprendere quel concetto di “familismo amorale” introdotto dal sociologo Edward C. Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958. Il tuo appare un invito a superare la separatezza e a cooperare, ritrovando la forza di rischiare. Un discorso attivo e partecipato dei fatti della comunità che ci spiega anche il perché ti sia reso interprete della politica nazionale.  Un messaggio che appare oggi, alla luce di quanto sta avvenendo, di portata attuale; il tuo impegno, in prima persona, è un invito ad un fare, questo ti rende un filosofo che non solo ama il sapere, ma è amante sul campo, laddove le cose accadono.

I rapporti tra Filosofia e Psicologia hanno avuto nella storia avvicinamenti ed allontanamenti. Tu puoi essere considerato l’interprete degli avvicinamenti, restando un pilastro di un’originale interpretazione filosofica, che fonda una sorta di “fenomenopatia” o “patosofia”; allo stesso tempo divieni l’architrave di mondi, quello filosofico e psicologico, tanto diversi come lo sono madri e figli, quanto simili come lo sono i fratelli. La Filosofia è per la Psicologia tanto la madre che l’ha generata quanto la sorella che soggiornando nello stesso mondo dell’umano, insieme lo intenzionano, contaminandosi a vicenda; in quanto madre ci dice qualcosa della nostra storia, in quanto sorella viaggia al nostro fianco verso il futuro. Tu fungi, in un certo senso ed entro certi limiti, da virus che penetra in entrambi i mondi, producendo alterazioni strutturali degli stessi, che in questo caso non sono atti a distruggere e far perire, ma a farli progredire; divieni quindi l’incarnazione del sempre possibile e passibile incontro.

La tua morte, tu che sei nato il 12 aprile 1923 quando in Italia il fascismo prendeva le redini del potere, cade proprio alla vigilia della ricorrenza del 25 Aprile del 2020. Questo, da menti governate dal paradigma positivistico, è da attribuire al caso o quanto meno non è possibile dargli un significato a quanto accaduto; spesso accade anche nelle diagnosi, ed in questo caso si usa appore il termine “idiopatico”. È curioso notare che in una tua recente intervista, quando ti si chiedeva come fronteggiare la pandemia, dicevi che “l’unica arma che rimane è quella del coraggio di resistere”. Te ne vai in pieno lockdown, per non dire in pieno confinamento, che non solo ci ha impedito, per salvaguardare la nostra vita biologica, di poterci muovere ma anche di poterti rivolgere in presenza l’ultimo saluto. Con la tua vita vissuta e giunta al termine, quasi come se fossi un testo di cui proviamo a cogliere il messaggio tra le righe, ci rilasci, dietro una coltre nube patica che la morte rende fitta, il passaggio dal significato dell’evidenza indotta dalla famosa frase di Galileo Galilei “Eppur si muove!” all’evidente senso che potrebbe trasformare la frase in “Eppur si muore!”.

Il Ricercatore che sei stato ci lascia ad assistere ai frutti del tuo estenuante lavoro, una ricerca ai confini dell’umano esistere. Sulla scia aperta da Husserl che riportandoci “alle cose stesse” ha indicato nel testo “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale” agli psicologi la via della fenomenologia; Tu apri un solco, o meglio sveli l’elemento, che sembrerebbe oltrepassare la coscienza del soggetto per approdare al patico della soggettività, che permea l’esistenza, la vitalizza, la anima, rendendoci vivi oltre le razionali operazioni.

Quanto può il patico, in quanto sapere, contribuire al fare psicologico? Quanto può il patico, che si raccoglie nel fare della relazione umana, sedimentare il sapere della Psicologia?

La Psicologia si è edificata nei laboratori sul finire dell’800 e l’inizio del 900, proprio con l’intento di studiare gli elementi della psiche, i fenomeni psichici, ma allo stesso tempo ha animato il fare clinico, il rapportarsi all’umana sofferenza. In Italia le prime cattedre di Psicologia nelle facoltà di Filosofia e Medicina lasciavano trasparire l’intimo connubio tra il sapere ed il fare che governa l’identità dello psicologo. Solo nel 1989 con la Legge n°56 si dà legittimità allo psicologo come professionista, divenendo di fatto un operatore della salute.

Nel 2003 nel testo “Paticità e Indifferenza” scrivevi: «Il secondo campo comprende i fenomeni privi d’intenzionalità, cioè quelli che né mirano a potenziali “visioni” d’idee né attualmente le “vedono”, bensì irrompono come “non inerte ricettività”, “non insensibilità”, cioè “re-azioni commosse” alle interferenze del mondo circostante e alla stessa interna vita della mente. Questi fenomeni meritano di essere chiamati “patici”.» (p. 46)

Queste parole lasciano lo psicologo immergersi in una profonda riflessione, da un lato perché cerca di raccogliere un’intuizione tanto acuta dall’altro perché si sorprende di fronte ad una possibile dicibilità di una ovvia sensazione che da sempre è vissuta, e che tu una volta e per sempre codifichi come “patica”. Questa intuizione non ha l’intenzione di andare aldilà della “Psicologia dell’Atto” di Brentano e degli sviluppi successivi, ma appare appunto introdurre un elemento che apparirebbe come non intenzionalmente coglibile, che irrompe, talvolta non controllabile e forse nemmeno misurabile, che pervade sia l’intrapsichico che l’intersoggettività. Un elemento, o meglio un fenomeno, da studiare perché ha a che fare con la mente, la psiche, l’uomo, quindi laddove la Psicologia edifica ulteriori saperi, soprattutto quelli che hanno a che fare con l’emozioni, gli affetti, i sentimenti. Non posso nascondere che la dimensione del patico come non intenzionale mi ha portato a riflettere a lungo ed ancora oggi le domande che ci poniamo e con cui ci confrontiamo con gli altri colleghi psicologi e psichiatri sono: Ma siamo sicuri che la paticità non sia a sua volta intenzionale? Ovvero si tratti di una controintenzionalità? Siamo sicuri che l’intenzionalità sia solo della coscienza? Domande che rendono vivo il discorso che hai aperto; senza dubbio la paticità è una condizione di umana pregnanza che può frapporsi nelle relazioni tra gli uomini, nei gruppi e nella comunità, laddove lo psicologo opera.

In effetti: “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. […].”. Con questo enunciato si apre l’articolo 3 del codice deontologico degli psicologi.

Gli sviluppi della tua ricerca sul patico trovano ulteriori approfondimenti nel testo del 2018 dal titolo “L’Arcisenso – Dialettica della solitudine”, dove l’indagine cerca di scorgere il senso dei sensi, dove il primato del senso sul significato continua a irrompere forte. “Sensus non c’è, se non è sensus sui. Lo stesso sé in nient’altro consiste che nel sensus sui, nel sentimento di sé, nella tensione verso come verso l’unità che si ha l’impressione di essere. Il Sentir-si (lo scriverò con l’iniziale maiuscola quando sostantivato) non è né «prima» né «dopo» questo o quel sentire, ma è sempre di ogni sentire la condizione originaria. Un filosofo tedesco lo chiamerebbe Ursinn. Io lo chiamerò «Arcisenso».” (p.11).

Certo che gli psicologi raccoglieranno questa sfida da te lanciata, Professore, quella di sviluppare il sapere dell’Arcisenso, per poterlo rendere fruibile agli psicologi impegnati sul campo, per poter raccogliere attraverso l’esperienza vissuta della propria soggettività quella re-azione patica agli avvenimenti che la vita relazionale pone. Il compito della Psicologia, attraverso il contributo degli psicologi, come recita l’articolo 34 del codice deontologico è: “Lo psicologo si impegna a contribuire allo sviluppo delle discipline psicologiche e a comunicare i progressi delle sue conoscenze e delle sue tecniche alla comunità professionale, anche al fine di favorirne la diffusione per scopi di benessere umano e sociale.”

Nelle nostre professionali pratiche quotidiane, abbiamo infinite volte accolto l’altro, nei nostri studi professionali, nelle corsie degli ospedali, nei contesti più disparati e nelle situazioni emergenziali, attraverso la possibilità che fonda le condizioni di possibilità, che adesso possiamo chiamare con un nome che gli è proprio: “Arcisenso”.

L’immenso contributo delle tue ricerche resterà patrimonio dell’umanità, di tutte le professioni che afferiscono alle scienze umane e soprattutto a quelle applicate; per quelli impegnati nella clinica della cura, ma anche per quelli che vogliono consolidare il sapere verso nuovi orizzonti.

Noi psicologi ti saremo sempre grati, grande Pensatore nostrano, cultore dell’umano che accarezza l’intoccabile animo.

 

Giuseppe Ceparano
Psicologo



65 Mi Piace 0 Non mi piace
 
Ordine degli Psicologi della Campania
piazzetta Matilde Serao 7
80132 Napoli
telefono 081 411617
codice fiscale: 06697140637


- Cookie Privacy

- Informativa Trattamento dei dati Personali

- Gestisci il consenso ai Cookies
Amministrazione Trasparente